
Non sarà un dèmone a scegliere voi, ma sarete voi a scegliervi il dèmone […]. La virtú non ha padrone; secondo che la onori o la spregi, ciascuno ne avrà piú o meno. La responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile”.
Platone, La Repubblica, Libro X, “Mito di Er”
Cosa ci attende dopo la morte è un tema discusso da millenni, ma la maggior parte delle persone solitamente non se ne preoccupa affatto. Il motivo è il solito: meglio non pensarci. Ai più la morte spaventa troppo perché significa la fine dell’unica realtà conosciuta, fatta di lavoro, relazioni, sport ecc. Ma non tutti hanno la stessa vita e quindi se qualcuno magari sarebbe disposto a vivere anche in eterno, altri arrivano ad un certo punto talmente stanchi e stremati dal “gioco” che non aspettano altro che la propria liberazione. Come si spiega una tale diseguaglianza?
Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più.
Le ultime parole scritte nel proprio diario (pubblicato postumo come “Il mestiere di vivere”) da Cesare Pavese, prima del suicidio.
E per chi non lo avesse mai letto sicuramente il Mestiere di vivere (1935-1950) di Cesare Pavese è uno spaccato nudo e crudo della vita, sicuramente non si allinea molto bene (per dire un eufemismo) alla deriva woke della società moderna. E forse proprio per questo mi è piaciuto particolarmente, perché rappresenta l’uomo vero, con i suoi pensieri e le sue sofferenze, non la maschera, non la finzione che alimentiamo partecipando al gioco ogni giorno.
Partenze diverse per arrivi diversi?
[…] è il dubbio
Shakespeare, The tragedy of Hamlet, Prince of Denmark
che rende di così lunga vita questa miseria;
chi sopporterebbe le fruste e le derisioni del tempo,
le ingiustizie dell’oppressore, le insolenze dell’uomo orgoglioso,
le pene dell’amore disdegnato, l’indugio della legge,
l’arroganza dei poteri pubblici,
le offese fatte ai pazienti dagli immeritevoli,
quando uno, di propria mano, con un unico colpo,
potrebbe porre fine alla vita col pugnale?
Chi vorrebbe trascinarsi tali fardelli,
brontolare e sudare sotto una vita affannosa,
se quel timore di qualcosa dopo la morte,
regione sconosciuta, dai cui confini
non esiste viaggiatore che torni indietro,
non scombinasse tanto la volontà,
da farci preferire sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che volare verso altri che non conosciamo?
In un mondo palesemente ingiusto per nascita, resta da chiedersi se tutto ciò abbia un senso oppure meno. La religione ha sempre fatto un po’ da freno, eppure anche in tempi dove regnava la tradizione cattolica (suicidio = inferno) e la scienza quasi non esisteva, la gente si uccideva comunque (per citare sempre lo stesso Pavese). Io, pur essendo stato iniziato come cattolico, ho ormai abbandonato completamente questa via che ritengo non soddisfacente. D’altra parte mi sono avvicinato molto di più al tema della reincarnazione e ho scoperto un mondo con tantissime sfumature e teorie diverse al suo interno. Da quelle più verosimili alle più bizzarre, tutte ruotano però intorno ad un concetto base: la vita non finisce con la morte e tendenzialmente, questa vita è una scelta. Tua, di spiriti guida, di demoni lo approfondiremo nei prossimi articoli.
E’ evidente infatti che non a tutti gli uomini in questa vita viene assegnata la medesima linea di partenza, e questo non è certamente da impuntarsi alla società […]. E’ abbastanza difficile spiegare a qualcuno senza ricorrere alla teoria della reincarnazione come mai proprio lui sia muto o paralizzato, fragile di salute o incapace di vedere la “luce del migliore di tutti i mondi”. E’ infatti abbastanza difficile scorgere, in queste differenze tra sani e ammalati, fortunati e sfortunati, un briciolo di significato.
Thorwald Dethlefsen, Il destino come scelta